Smettere di essere stranieri

Scarpe in mano, pantaloni arrotolati, un piede dopo l’altro nell’acqua gelida. Così, sulla riva di Stanley Park, ventitré studenti delle classi 4LL e 4LLE hanno toccato per la prima volta l’Oceano Pacifico. Era il primo vero giorno in Canada, e il viaggio era appena cominciato.

Lo scambio con il Canada è ormai una tradizione del nostro Liceo Linguistico. Quest’anno il gruppo è partito da Malpensa il 23 settembre, accompagnato dalla Prof.ssa Elisabetta Moscatelli, responsabile del progetto, dal Prof. Alessandro Pompeo e dalla Prof.ssa Sandra Reed.

 

Vancouver ce la siamo guadagnata pedalando. Il giro in bici attorno a Stanley Park ci ha mostrato una città che convive con la natura senza farsi da parte: alberi enormi, la baia, le montagne che sembrano dipinte. Il giorno dopo un piccolo traghetto ci ha portati a Granville Island, tra banchi del mercato, profumi di ogni parte del mondo e capannoni industriali trasformati in botteghe. Poi la Gastown, dove Vancouver è nata: tra mattoni rossi, vie acciottolate e il fischio dell’orologio a vapore, sembrava di camminare nella città di fine Ottocento.

 

Il vero cambio di passo è arrivato con il volo verso l’Isola di Vancouver. All’aeroporto di Comox i “buddies” e le loro famiglie aspettavano con cartelli e sorrisi. Bastano pochi minuti perché uno sconosciuto diventi “la mia famiglia canadese”, e il primo weekend insieme è servito proprio a questo. Il lunedì, la Mark R. Isfeld Secondary School di Courtenay ci ha accolti: i ragazzi hanno seguito le lezioni, scoperto materie che da noi non esistono e un modo diverso di vivere la scuola.

 

C’è un’immagine che porteremo con noi da Campbell River. La barca rallenta, il motore si spegne e, nel silenzio, una pinna nera taglia l’acqua: un’orca, poi un’altra. Intorno a noi c’erano leoni marini ammassati sugli scogli e foche che spuntavano e sparivano, e in alto, immobile su un muretto, un’aquila dalla testa bianca, figura sacra per le “First Nations” della costa. Per qualche minuto, nessuno ha parlato.

 

I fine settimana sono stati dedicati interamente alle famiglie e ai nostri ragazzi. C’è chi ha attraversato i campi di zucche, arancioni a perdita d’occhio in pieno autunno canadese, e chi è arrivato fino a Tofino, sulla costa ovest, dove la foresta finisce direttamente sulla spiaggia e il Pacifico non si ferma mai. In quei giorni si sono imparate molte cose che nessun libro insegna: come si fa colazione in un’altra casa, cosa si dice a tavola, come ci si comporta in un altro paese.

 

A Victoria, capitale della British Columbia, abbiamo ritrovato un pezzo d’Inghilterra dall’altra parte del mondo: il Parlamento affacciato sul porto, gli edifici vittoriani, un’eleganza un po’ britannica. A Cumberland, invece, un piccolo museo ci ha raccontato la storia dei minatori arrivati da Cina, Giappone ed Europa a cercare fortuna nelle viscere dell’isola.

 

L’ultima sera i ragazzi italiani sono passati dall’altra parte: da ospiti a padroni di casa. Hanno cucinato loro la cena del Ringraziamento per tutti, compagni canadesi e famiglie, e l’hanno festeggiato insieme prima del saluto finale ad Air Force Beach. Nessuno aveva voglia di andarsene.

 

Cosa resta di un’esperienza così? Resta un inglese che smette di essere una materia e diventa la lingua in cui si è riso, si è avuto nostalgia di casa e ci si è fatti degli amici. Resta la scoperta che si può stare bene lontano da tutto ciò che si conosce. Robert Louis Stevenson, che di viaggi se ne intendeva, scriveva: “There are no foreign lands. It is the traveller only who is foreign”. Non esistono terre straniere, è solo il viaggiatore a esserlo.

In queste settimane i nostri ragazzi hanno smesso, poco alla volta, di essere stranieri.

A marzo saranno loro a venire da noi. Stavolta il Lago Maggiore farà la parte del Pacifico.

Canada
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